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La forma dell'acqua - Recensione

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Baltimora, 1962. Elisa (Sally Hawkins) è una ragazza muta che fa le pulizie in un laboratorio governativo dove viene portata una misteriosa creatura. I due si piacciono, ma i loro sogni d’amore dovranno vedersela col più concreto american-dream del cattivo di turno (Michael Shannon). Ancora una volta Guillermo Del Toro colloca una favola in un contesto storico, questa volta in piena Guerra Fredda, con americani e russi che si contendono primati tecnologici e si spiano. Il film ha vinto il Leone d’oro a Venezia, ed è candidato a ben 13 Oscar. L’unica nomination che forse lascia perplessi, è quella della sceneggiatura….visto che la storia non brilla per originalità e verosimiglianza. Il plot basico si avvale, inoltre, della più facile scorciatoia: la voce narrante, ideale collante per pezzi che mancano. Questo continuo rincorrere archetipi narrativi abusati, che annullano lo stupore, mi ha purtroppo impedito d’instaurare un patto di fiducia con l’autore. Non si è mai perfezionato quel t…

Black Panther - Recensione

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Dopo gli eventi di Captain America: Civil War, T’Challa (l’inespressivo Chadwick Boseman), è tornato a Wakanda; l’immaginaria nazione africana tecnologicamente avanzata grazie a un prezioso minerale venuto dallo spazio: il Vibranio. Lo stato è però nascosto agli occhi del mondo. Il nuovo re dovrà decidere se aprirsi al resto del pianeta e affrontare un nuovo contendente al trono, Erik Killmonger (Michael B. Jordan). Il nuovo cinecomicMarvel è anche il primo blockbuster su un supereroe del Continente Nero con main cast afro. Le premesse geopolitiche, però, si fermano qui. Il regista Ryan Coogler (Creed), con tanta superficialità e un pizzico di retorica anti-Trump, confeziona la milionesima riedizione del vecchio schema hollywodiano “caduta-rinascita”. Aggiungete puerili rigurgiti shakespeariani, forzati riferimenti all’accoglienza dei profughi e una love-story appiccicata con lo sputo. Più che le lotte per i diritti civili, il nuovo prodotto Disney richiama la blaxploitation: nel solo…

Chiamami col tuo nome - Recensione

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1983. In un paese del nord Italia, Elio (Timothée Chalamet) è un adolescente che con placido ozio attende la fine dell’estate. Un giorno, il padre, professore universitario, è raggiunto da un suo studente. Si tratta di Oliver (Armie Hammer), 24enne americano, che affascina il giovane. Il regista Luca Guadagnino, tra citazioni TV pop e suggestioni etimologico-filosofiche, dirige ispirato e fiero immerso nei languori e nelle nostalgie anni ’80. Nemo propheta in patria: locuzione latina che calza alla perfezione all’autore siciliano, che a torto è sempre stato snobbato da critica e pubblico italiani. Ai suoi detrattori, consiglio di studiarsi con umiltà la geometrica perfezione del piano sequenza che ruota attorno a una statua al centro di una piazza. Elio e Oliver, come l’occhio dello spettatore, finalmente si muovono liberi e consapevoli di poter cogliere ogni dettaglio. Straordinaria prova di Chalamet, che emoziona anche con l’espressività del volto, ma recita, soprattutto col corpo. …

Tre manifesti a Ebbing, Missouri - Recensione

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Mildred (Frances McDormand) è una donna distrutta dal dolore e determinata a trovare l’assassino di sua figlia. Per ridestare l’attenzione sul caso e stimolare le indagini, fa affiggere tre cartelloni pubblicitari con, rispettivamente, una domanda, un’osservazione e un’affermazione. Parole pesanti come macigni che scuotono la comunità, lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) e l’agente Dixon (Sam Rockwell). Se i Coen avessero un terzo fratello, sarebbe Martin McDonagh. Solo il regista inglese, con questo film, è riuscito a eguagliarne il talento nel dipingere la rabbia repressa e la spietata grettezza della provincia americana. Territori desolati dell’anima. Luoghi dove, per continuare a sperare, ti aggrappi anche all’ambigua visione utopica di un cerbiatto che appare e scompare in un attimo di solitudine. Una dark-comedy che, a sua volta, assurge a sfrontato manifesto del genere. Un’opera costruita su dialoghi brillanti e una sceneggiatura superba, che non si vergogna mai di essere …

Coco - Recensione

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Miguel Rivera è un bambino messicano con la passione per la musica e il bel canto, arti proibite nella sua numerosa famiglia matriarcale. Il nuovo film d’animazionePixar è ambientato in Messico nel suggestivo giorno di El Dia de los Muertos. Un’ambientazione inedita e tematiche più dark rispetto agli altri prodotti Disney. Ogni sequenza è però arricchita da costanti pennellate di vivido colore e da trascinante musica latina. Un cartoon “viaggio emotivo di formazione”, che invita a diffidare dei falsi miti, alla consapevolezza delle proprie radici e a preservare la memoria di chi non c’è più. Un’eterna lotta tra ricordo e oblio già messa in scena ne Il Libro della Vita, altra animazione con location in Messico. La sceneggiatura però si sviluppa in molte sottotrame, rendendo la visione tortuosa e poco comprensibile per i bambini.

La ruota delle meraviglie - Recensione

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Coney Island, anni ’50. Ginny (un’istrionica Kate Winslet) è un ex attrice teatrale, oggi cameriera sposata con il rozzo giostraio Humpty (Jim Beluschi). La donna intrattiene una relazione extra coniugale col bagnino Mickey (Justin Timberlake), ma un bel giorno arriva Carolina (Juno Temple), figlia di Humpty in fuga da un passato criminale, e tutto cambia. A minare il fragile equilibrio emotivo di Ginny, ci pensa pure il piccolo Richie, figlio di primo letto e compulsivo piromane. Woody Allen torna a parlare di quella sottile linea di confine che demarca paura e amore, e sfocia nella folle gelosia. Il regista par ispirato dai fiammeggianti mélo di Douglas Sirk, e ne ripropone struttura e sgargiante forma. Nulla di nuovo, quindi, ma realizzato con cura e maestria.

Your Name. - Recensione

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In Giappone, un fenomeno misterioso, almeno due giorni la settimana, fa svegliare Taki nel corpo di Mitsuha, e viceversa. Lui è uno studente di Tokio, lei una coetanea che vive a Itomori, un paesino di campagna. Perché succede tutto questo? L’arte grafica dell'animazione di Makoto Shinkai raggiunge nuovi apici confermandolo autore orientale di successo e, in popolarità, degno erede del maestro Miyazaki. Your Name è meno lineare del precedente Il giardino delle parole, ma narrativamente più audace, con una trama che si sviluppa su più piani spazio temporali e una forte componente metacinematografica, dichiarata sin dall’incipit. La visione dentro un sogno colpisce l’occhio, come un meteorite che cade in un lago, e due sguardi si fondono l’uno nell’altro per sempre. Nulla sarà come prima. Il film diventa la ricerca (Taki, il futuro) di una perdita (Mitsuha, il passato) unita dal filo rosso del destino che s’intreccia tra lo scorrere ricorrente di sliding doors interrotte da una doma…